Freelance: una app per calcolare il giusto compenso
Per chi fa giornalismo, ma anche per chi lavora in proprio in qualunque settore, spesso è difficile dare il giusto prezzo ai propri servizi: ho creato una app che prova a risolvere questo problema.
Hola,
Sono Barbara D’Amico, giornalista e fu Google News Lab Teaching Fellow. Questa è la mia newsletter sul digital journalism, un modo per restare in contatto con me, sapere cosa combino e ricevere news su corsi, eventi e punti di vista fondamentalissimi su quanto accade nell’infosfera online.

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Che cosa trovi in questo numero
Un tool: la app per calcolare la tariffa freelance sostenibile
Un articolo: Dal posto fisso alle community globali -Il nuovo ecosistema dei freelance
Corsi: le mie nuove formazioni Odg in arrivo da settembre
Workshop, strumenti, consulenze & more
1. Una app per calcolare la tariffa sostenibile se sei freelance
Ho creato un prototipo di app che permette a chi fa il o la freelance di calcolare la propria tariffa sostenibile.
Cioè, davvero sostenibile. Il sistema usa come termine di paragone la stessa tariffa che in teoria potrebbe prendere una persona dipendente nello stesso ruolo (ricavata dai livelli indicati nei contratti collettivi nazionali), ma tenendo conto anche dei costi e degli svantaggi a cui è sottoposto chi ha partita IVA (tempi di pagamento eterni, imprevisti, spese che in genere sono a carico di un datore di lavoro, inflazione ecc…).
Si chiama “Quante vale il tuo lavoro?” ed è un semplice simulatore che però fa il suo.
E’ più complicato spiegarla che testatarla, quindi ve la lascio qui: fatele un ottimo stress test e poi, se vi va, ditemi come è andatata nei commenti:
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E’ un modo per sostenere un progetto indipendente e per mettere a disposizione di chiunque soluzioni e approcci al digitale davvero concreti, come sapete essere nel mio stile.
Per esempio, ho creato sulla stessa falsariga il database legale per chi fa informazione, un concentrato di fonti selezionate e verificate che, grazie all’interfaccia AI di NotebookLM, diventano facilmente interrogabili anche da parte di chi non è esperto di normative né di linguaggio giuridico.
Così potete togliervi dubbi su come impostare lavori editoriali riducendo il rischio di incappare in querele o capire se potete usare quella foto prodotta con l’IA in un libro che intendente vendere (e molto molto altro).
Per abbonarvi basta cliccare in alto su Abbonati o qui (chi è già abbonato invece vedrà il codice di sblocco in un punto di questa mail in basso):
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Ora vi spiego come è nata l’idea di questa app e a che serve davvero.
E così hai una partita IVA, tell me about it…
Uno degli obiettivi che mi sono data con questa newsletter è non limitarmi a documentare o scrivere di informazione online, ma provare a fornire - grazie all’uso di strumento digitali - metodi per risolvere problemi concreti.
Come quelli che incontra quotidianamente chi crea contenuti, lavora con gruppi editoriali, ha a che fare con audience, pubblici, community ecc…
Quando qualche mese fa il Master in Giornalismo Giorgio Bocca di Torino mi ha chiesto di scrivere uno dei focus del Digital News Report 2026 Italian edition, siamo stati d’accordo su un punto: provare a raccontare come sia cambiato il lavoro freelance nel nostro settore, senza far finta che le trasformazioni degli ultimi anni non abbiano prodotto un grande elefante rosa nella stanza.
Il giornalismo, infatti, è sempre meno un lavoro dipendente e sempre più un lavoro in proprio, a partita IVA. Chi produce notizie (o comunque chi le veicola) è nella maggior parte dei casi un contributor esterno.
Vorrei poterlo dire solo del mio settore, ma il fenomeno è diffuso anche in molti altri.
Dove c’è un cambiamento però sorgono anche nuove opportunità. Nel nostro “comparto”, questo ha dato e sta dando vita a tutto un ecosistema di network online e strutture che simulano l’ambiente di lavoro a tempo pieno (aziendale, redazionale).
E’ un fiorire di substackers e newsletter in proprio al grido di “perché provare a entrare in una redazione se puoi essere tu la redazione?” (e mi ci metto anche io, eh).
Come ho spiegato nel pezzo, che vi lascio alla fine, questo comporta anche una serie di problemi. Per esempio l’assenza di una rete di supporto, banalmente di tutele in caso di malattia o di querela.
Ora, quei network che cito nell’articolo, sono una risposta a un problema: l’assenza di strutture in grado di rendere più fluido il proprio lavoro, strutture che i dipendenti hanno di default mentre i freelance no.
Eppure c’è anche un altro problema annoso delle partite IVA (e qui allargo il campo perché parliamo di tutti i freelance, non solo di chi fa comunicazione e informazione): le tariffe inadeguate. Perché fare il proprio prezzo è la cosa maledettamente più difficile quando si è in proprio.
Se c’è una cosa che mi ha sempre fatto impazzire nel corso della mia esperienza è che i prezzi o tariffari delle testate per articoli/servizi ecc.. sono da sempre calibrati sul prodotto finito, mai sul tempo/lavoro effettivo.
Spesso sono tariffe molto molto povere (50/80 euro se va bene, ma la fascia da 5 a 20 euro è la normalità). E’ fisiologico: da sempre gli editori calcolano il costo dell’articolo singolo e non trattano il giornalismo freelance come una forma di consulenza (anche se esisterebbe un contratto proprio per i collaboratori, raramente applicato e che un tempo veniva detto in gergo “contratto strutturato”).
Certo, ci sono eccezioni, ma la verità è che regna una giungla senza vera competitività (perché il prezzo lo fa il più forte, cioè l’editore). Questo vale più o meno per qualunque ingaggio, siate voi grafici, sviluppatrici, dog sitter, non importa.
Così, moltissimi anni fa, quando per un periodo ho seguito e ho fatto parte di alcune attività di Acta Media, una divisione dell’importante associazione Acta in Rete che rappresenta freelance e partite IVA in Italia, mi è venuto in mente di provare a rompere questo schema.
Mi sono chiesta e ci siamo chiesti e chieste insieme: perché non studiare un modo per calcolare una tariffa sostenibile? Che non tenga conto solo del prodotto o servizio finito, ma anche del lavoro che serve per arrivare a quel risultato? Il tutto facendo attenzione a creare una tariffa un minimo competitiva e che quindi sia accettabile da un committente?
Così ci venne l’idea di un calcolatore, o simulatore, molto molto basico che aveva come benchmark, o termine di paragone economico, la tariffa oraria ricavabile dai contratti a tempo indeterminato di certe categorie industriali o lavorative.
Do you know Contratto Collettivo Nazionale o CCNL? Ecco, se non avete mai sentito questa sigla - ma, spero proprio di no - sappiate che sono cornici importantissime per qualunque settore lavorativo in Italia.
I contratti collettivi fissano i minimi tabellari o livelli di inquadramento della remunerazione del lavoro dipenente in base all’esperienza e al ruolo: se cioè vengo assunta per una determinata posizione, un’azienda non può darmi meno di quello che è indicato nel contratto collettivo per quelle mansioni (in teoria). Il tutto grazie a un patto siglato tra imprese e sindacati di categoria.
Quando sentiamo parlare di tavolo di concertazione per rinnovo del CCNL del settore metalmeccanico o giornalistico, intendiamo proprio questo. Quando una categoria sciopera, perché il contratto è fermo ai livelli di 20 anni prima, intediamo proprio questo.
Si, lo so e non dovete dirmelo voi perché ho seguito il tema lavoro per anni nella mia carriera: in Italia la situazione stipendi è un pianto greco, le remunerazioni sono basse e le aziende aggirano spesso anche quei minimi.
Ad esempio, inventando stage pluriennali, cercando di abbassare le aspettative di chi viene assunto, rimandando gli aggiornamenti delle soglie… Il tutto mentre abbiamo una costellazione di contratti collettivi “alternativi” siglati da improbabili sindacati - non quelli principali - nati apposta per abbassare le buste paga di partenza. Certo, questo approccio è servito anche a garantire occupazione, ma facendo contenti più i datori che i dipendenti e creando squilibri tra generazioni diverse di lavoratori e lavoratrici.
Ecco perché la app parte dalla selezione del contratto CCNL rappresentativo che più si avvicina al proprio settore. Perché quei minimi, quelle soglie, sono state discusse, accettate e sono considerate ragionevoli per il mercato (aka le aziende). In teoria: sostenibili.
Sicuramente migliorabili (immaginate avere soglie più alte come accade praticamente ovunque in Europa tranne che da noi), ma almeno sono un punto di partenza utile per chi è freelance e non ha idea dei parametri di riferimento diversi da quelli dei preventivi selvaggi sul mercato.
Nella app ne ho inseriti 12 di CCNL, i principali (non tutti). Voi selezionate ad esempio il contratto Giornalisti e poi il livello (es. redattore prima nomina) e già avete un’idea della tariffa oraria base a cui però la app permette di aggiungere i vostri costi reali trasformati in una percentuale, una percentuale di svantaggio freelance che entra nella tariffa che potreste e dovreste richiedere.
Sia chiaro, quello che ottenete è un netto indicativo e serve più a prendere coscienza di quale sia un valore accettabile, realistico e commisurato al costo della vita, ma che chiaramente non è pre-determinato e magari può risultare anche più basso di quello che praticate normalmente (se è così, meglio per voi!).
Inoltre il calcolatore si basa sulle famose 220 giornate lavorative di un contratto a tempo indeterminato tipo per tutti i contratti, ma queste giornate in genere cambiano da contratto a contratto, da settore a settore e qui per ora non ne ho tenuto conto.
Lo scopo di questa app è farvi prendere coscienza della vostra posizione sulla grande mappa del lavoro freelance.
E’ una versione molto semplice e calibrata su criteri standard ma con un buon margine di personalizzazione.È utile in realtà anche per le aziende e per chi deve ingaggiare freelance, per avere un’idea del costo accettabile (non solo conveniente).
Mi piacerebbe poi integrarla, per esempio con altri criteri di riferimento. Oltre ai CCNL vorrei includere le tariffe di mercato medie per settore e tener conto anche della seniority: potrei raccogliere i preventivi medi per un determinato profilo freelance su Milano rispetto a Torino e quindi avere un aggancio ancor più realistico. Ma sarà un upgrade.
Per ora mi sembrava utile metterla a disposizione in una versione base decente, soprattutto per chi fa informazione e non ha molte leve di contrattazione con editori grandi, grossi e che decidono i tariffari in modo unilaterale.
Qui sotto potete già riscattare il codice di sblocco per usare la app oltre il 7gg di prova 👇. E se non siete ancora abbonati a pagamento, questa scusa potrebbe essere utile.
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2. Dal posto fisso alle community globali
Il nuovo ecosistema dei freelance
(Articolo a cura di Barbara D’Amico pubblicato sull’edizione italiana del Digital News Report 2026 - giugno 2026)
Tremilanovecentocinquantaquattro (3954). È il nutrito numero di aderenti a un canale Slack di giornalismo gestito dall’organizzazione no-profit News Product Alliance (Npa). Nello spazio virtuale, ad accesso chiuso, convivono giornaliste e giornalisti di ogni parte del mondo, inclusa l’Italia, sia dipendenti sia freelance. Ma proprio per chi è freelance, questa community rappresenta una risorsa di incredibile utilità.
La Npa, infatti, è una delle comunità più note al mondo per la formazione e il supporto di chi fa informazione. Oltre a offrire corsi, posta annunci di lavoro mirati e permette di aderire ai random virtual coffee, cioè appuntamenti “al buio” tra gli iscritti.
Così, può capitare di parlare per mezz’ora con uno degli editor del The Washington Post o con chi ha fondato progetti editoriali indipendenti. Il tutto, in modo completamente gratuito.
L’esempio non è isolato. Comunità simili sono sempre più popolari specie tra chi, pur collaborando con testate e gruppi editoriali, non è integrato o inquadrato con un contratto da dipendente o, anche quando lo è, non ha sempre accesso a un asset invisibile ma fondamentale in questa professione: il confronto umano con colleghe e colleghi esperti, la possibilità di chiedere consigli o supporto nel lavoro quotidiano, la capacità di fare rete, di ricevere tutela.
In Italia le giornaliste e i giornalisti che non possono contare su una struttura organizzata e virano sull’attività freelance sono sempre di più. Le iscrizioni all’Inpgi, l’ente di previdenza della categoria, ammontano a 48.739 unità (27.924 uomini e 20.815 donne – dati aggiornati al 2025/2026). Di questi iscritti, circa 15/16mila sono dipendenti.
Isolare il vero dato dei freelance non è semplice, una stima per difetto ne conta 30mila. Se così fosse sarebbe un fenomeno così rilevante da dare ormai vita a forme di auto-gestione e iniziative in stile Npa.
Tra queste, il progetto Senza Redazione (Sr) lanciato dalla giornalista freelance Cristiana Bedei. Pur non essendo un vero e proprio canale per lo scambio diretto tra aderenti – nasce infatti come sito e newsletter – Sr fornisce a più di 8mila iscritti risorse accessibili, con un manifesto che fa riferimento alla costruzione di una community.
Oppure, il progetto Clip, Collettivo del Lavoro dell’Informazione Precario lanciato da un gruppo di giornaliste/i, foto e video reporter torinesi con lo scopo di creare una rete di tutela dei diritti delle professionalità e che ha lanciato un proprio canale Whatsapp.
Anche i sindacati stanno riorganizzando le proprie risorse in funzione di una platea cambiata, lanciando iniziative come il Freelance Journalism Forum – Diritti strumenti e futuro del giornalismo autonomo (Associazione Stampa Subalpina ed Fnsi). E ancora, realtà consolidate come il Forum delle Giornaliste del Mediterraneo da anni assolvono a un compito che va al di là dell’organizzazione di un evento: creare network di scambio e supporto.
Più verticali ma molto attivi e frequentati anche da colleghe e colleghi italiani sono i gruppi sulla app di messaggistica Signal lanciati nell’ambito della Next-IJ (Next-Level Data and Tools for Investigative Journalism) e coordinati da giornalisti del Global Forum for Media Development, Occrp e del progetto Transcrime dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Lo stesso vale per la community gestita dal Pulitzer Center nell’ambito del programma sull’alfabetizzazione sull’intelligenza artificiale per giornalisti e giornaliste di tutto il mondo, la AI Accountability Network.
Replicare online la sicurezza di una struttura professionale è una tendenza che non riguarda ovviamente solo il giornalismo, ma in Italia sta aiutando soprattutto chi, complice la crisi dei giornali, decide di rendersi “redazione autonoma”.
Il fenomeno dei giornalisti-influencer con migliaia di follower e progetti editoriali sostenuti da abbonamenti diretti del pubblico, ha radici anche nella penisola. Ma non ha manuali né ricette pronte.
Nella sua newsletter Ellissi, il digital strategist Valerio Bassan ha spiegato che questo passaggio dalle strutture redazionali, dal contratto fisso, al giornalismo indipendente contiene molte opportunità ma anche il rischio di “passare da un sistema rotto a un sistema atomizzato”. “La libertà di non avere padroni”, scrive, “viene compensata da nuove fragilità e nuove schiavitù (ndr. per esempio la rincorsa a contenuti che piacciono all’algoritmo o il rischio di ricevere finanziamenti opachi). È anche per questo che la ‘nuova informazione’ ha bisogno di infrastrutture collettive – consorzi, reti di supporto, protocolli aperti – per non ridursi a un mare di opinioni senza nuovi fatti”.
Esattamente il bisogno a cui le tante iniziative menzionate provano adesso a rispondere.
3. Corsi
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📌 Lunedì 28 settembre 2026 - 9-13 - Torino, parliamo di “L’IA in pratica per il giornalismo, l’informazione, la comunicazione” con esempi pratici, flussi di lavoro e strumenti per usare l’intelligenza artificiale in modo consapevole, utile e sicuro.
📌 Giovedì 15 ottobre 2026 - 9-13 - Torino parliamo di Fact-Checking: strumenti digitali e approcci per verifica nell’era dell’IA
4. Workshop consulenze&More
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Per provarlo basta leggere qui le istruzioni e compilare il form (ed è aggiornato con la recentissima Carta Arcobaleno adottata dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e i codici di condotta dell’AI Act europeo).
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Bene, direi che anche per questa edizione c’è tanto da digerire, io vi do appuntamento alla prossima settimana con altre sorprese (si, lo so, ne sto creando tante ma mi diverte).



FE-NO-ME-NA-LE!